È una malattia rara, complessa e ancora troppo spesso sottodiagnosticata. La Sindrome di Alagille, che rientra nel gruppo delle colestasi genetiche, è stata al centro del primo appuntamento di “Incredibile+”, la nuova edizione del format di approfondimento dedicato a queste patologie, condotto dalla giornalista Marzia Caposio e che ha visto come ospiti Emanuele Nicastro, Professore associato, Università degli Studi dell’Insubria, Dirigente Medico, Ospedale Del Ponte, Varese, Marco Sciveres, Dirigente Medico UOS Epatologia e Clinica del trapianto, Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, IRCCS, Roma e Claudia Mandato, Direttore UOC Malattie Croniche, Epatologia e Nutrizione, Ospedale Pediatrico Santobono-Pausilipon, Napoli.

A emergere con forza, sin dalle prime battute, è il gap di conoscenza che ancora circonda la malattia: un’indagine condotta tra gennaio e febbraio 2026 su gastroenterologi, internisti, pediatri e medici di medicina generale mostra, infatti, come il 69% degli intervistati dichiari di conoscerla poco o solo superficialmente e il 65% si senta poco o per nulla preparato ad avviare un corretto iter diagnostico. Un dato che spiega perché la diagnosi resti spesso tardiva o complessa.

Una patologia multisistemica, non solo epatica
A chiarire il primo punto cruciale è Emanuele Nicastro, Professore associato, Università degli Studi dell’Insubria, Dirigente Medico, Ospedale Del Ponte, Varese: “La prima cosa da precisare è che la sindrome di Alagille non è solo una malattia del fegato, ma una patologia multisistemica che molto spesso si manifesta già nei primi mesi di vita”. Il segnale più rilevante resta la colestasi, con ittero persistente, urine scure, feci chiare e scarso accrescimento. Ma non sempre è così evidente o precoce. “Può comparire anche più avanti oppure emergere da alterazioni degli esami epatici – spiega Nicastro – ed è proprio in questi casi che bisogna saperla sospettare”. Il quadro clinico, infatti, è un vero e proprio mosaico: accanto ai segni epatici possono comparire anomalie cardiache, alterazioni oculari, caratteristiche facciali tipiche o anomalie scheletriche. “Il messaggio pratico è pensarci, anche quando non abbiamo tutti i pezzi del puzzle davanti”, sottolinea. Proprio perché i sintomi possono essere sfumati e sovrapporsi ad altre condizioni, la diagnosi differenziale è complessa. “Oggi il test genetico ha cambiato il nostro approccio – evidenzia Nicastro – perché consente di analizzare contemporaneamente più geni coinvolti nelle colestasi”. Uno strumento che permette sia di confermare il sospetto clinico sia, in alcuni casi, di arrivare alla diagnosi anche in fase di screening.

Il prurito, sintomo sottovalutato ma invalidante
Tra i sintomi più impattanti, ma anche più difficili da interpretare, c’è il prurito colestatico. Marco Sciveres, Dirigente Medico UOS Epatologia e Clinica del trapianto, Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, IRCCS, Roma, lo definisce “un sintomo estremamente complesso, tutt’altro che chiaro”. Se nelle forme più severe si manifesta con segni evidenti di grattamento, nei casi lievi può sfuggire. “Diventa un racconto soggettivo – spiega – e il clinico deve essere in grado di interpretarlo”. La difficoltà sta anche nell’assenza di marcatori specifici: “Gli acidi biliari sono solo un indicatore indiretto”. Per questo si ricorre a scale di valutazione che aiutano a quantificare il sintomo. Ma la vera sfida resta intercettare le forme iniziali. “Dobbiamo indagare momenti chiave come il sonno o l’addormentamento, perché è lì che il prurito emerge con maggiore evidenza”, aggiunge.

Un coinvolgimento che va oltre il fegato
A ribadire la natura sistemica della malattia è Claudia Mandato, Direttore UOC Malattie Croniche, Epatologia e Nutrizione, Ospedale Pediatrico Santobono-Pausilipon, Napoli: “Non si tratta soltanto di una patologia epatica, ma di una condizione che può coinvolgere diversi organi”. Il cuore è tra i più frequentemente interessati, con cardiopatie congenite anche significative, ma non sono rari i coinvolgimenti renali, oculari e scheletrici. Particolarmente delicato è il versante vascolare: “Possono esserci anomalie cerebrovascolari anche gravi, come emorragie, che talvolta rappresentano la prima manifestazione della malattia”, evidenzia. Una tale complessità rende inevitabile un approccio integrato. “La presa in carico multidisciplinare è parte integrante della cura”, sottolinea Mandato. Epatologi, cardiologi, genetisti, nefrologi, nutrizionisti e pediatri devono lavorare insieme, con un coordinamento che spesso vede proprio il pediatra di famiglia come figura centrale. “Garantire una crescita adeguata e monitorare tutti gli aspetti clinici significa migliorare la prognosi e la qualità di vita”, aggiunge.

Il passaggio all’età adulta, una fase critica
Tra i momenti più delicati c’è la transizione dalla presa in carica in età pediatria alla medicina dell’adulto. “Non si tratta di trasferire un paziente, ma di costruire un percorso condiviso”, chiarisce Sciveres. Un passaggio che richiede continuità e dialogo tra specialisti. “Serve un flusso bidirezionale di informazioni, perché anche dopo la transizione il confronto con il pediatra resta fondamentale”, aggiunge. Inoltre, nonostante i progressi, restano diversi i bisogni ancora insoddisfatti. “Il primo è il riconoscimento precoce della malattia”, ribadisce Nicastro, sottolineando come spesso i segni non vengano colti o vengano interpretati in modo errato, ad esempio confondendo il prurito con patologie dermatologiche. Mandato evidenzia invece le criticità organizzative: “La presa in carico pediatrica è spesso più strutturata, mentre nel passaggio all’adulto si perde continuità”. Infine, Sciveres richiama l’attenzione sull’evoluzione dello scenario clinico: “Oggi identifichiamo sempre più pazienti con forme meno gravi grazie ai test genetici. Questo richiede un adattamento della medicina dell’adulto e – conclude – una maggiore collaborazione tra specialisti”.

 

Fonte: Quotidiano Pediatria

News